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Materiale di studio
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Il credo dell'arte. Orientamenti per l'azione didattica

Il perchè delle formule iconografiche

Se la trasmissione orale e/o scritta del messaggio della salvezza fa ricorso direttamente alla parola rivelata nel documento per eccellenza che è la Bibbia, oppure ricorre alle altre fonti della religione cristiana quali la letteratura patristica, la liturgia, l'omiletica, l'insegnamento autentico del Magistero della Chiesa, la trasmissione visiva della salvezza media la parola rivelata attraverso il colore, i segni e i simboli, il gesto, il drammatismo di una scena. Si tratta degli elementi che strutturano le “formule iconografiche” della fede.
 
Nel canone terzo del Concilio Costantinopolitano IV (869-870) si legge: «Come infatti tutti otteniamo salvezza dalle lettere (syllabôn) portate [… nel libro dei santi vangeli], allo stesso modo tutti, letterati ed analfabeti, ricevono la loro parte di beneficio dall’energia iconica (eikonurgias) dei colori che sono a loro disposizione; poiché quello che la parola (logos) annuncia e rende presente con i suoni (en syllabe), lo stesso il disegno (grafè) annuncia e rende presente con i colori (en chromasi)».
(Cf  Concilium Constantinopolitanum IV, can. III)
 
Non si può ignorare il fatto che la cultura cristiana, pur provenendo dall'ebraismo che condannava un certo uso religioso delle immagini (cf Es 20, 4; Lv 19, 4 Dt 4, 15-19, 5, 8), e risentendo anche della posizione proibitiva di S. Paolo (cf At 17, 16b. 24. 29), non ha potuto fare a meno di ricorrere a formule visive. Il cristianesimo, infatti, era diretto al mondo ellenistico e a Roma, cioè a una cultura permeata di sensibile (basti pensare a tutta la produzione artistica di Atene e di Roma).
Per questo motivo la religione cristiana, per farsi comprendere dai suoi destinatari, ha dovuto anch'essa far uso di espressioni artistiche, del resto previste dall'economia salvifica. Ecco alcuni richiami esemplificativi:
 
  • la Genesi non usa termini astratti per descrivere l'azione originaria di Dio, ma usa un termine artistico: "creare". Questo sta a dire che l'autore sacro ci mette a contatto con l'agire di Dio attraverso una conoscenza sensibile che, tra l'altro, passa attraverso la vista. I principali verbi della fede biblica sono "ascoltare" e "vedere". Nel libro dei Proverbi si dice: «L'orecchio per ascoltare, l'occhio per vedere: tutti e due li ha fatti il Signore» (Pr 20, 12);
  • l'evangelista Giovanni afferma che «in principio era il Verbo» (Gv 1, 1), perciò la parola, ma con questo non nega l'immagine: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria» (Gv 1, 14a). Così, alla presenza invisibile e temibile di Dio nel tempio dell'antica Alleanza (Es 25,8), alla presenza spirituale della sapienza in Israele mediante la legge (Sir 24,7‑22), segue, con l'Incarnazione del Verbo, la presenza personale e sensibile di Dio fra gli uomini;
  • lo stesso Gesù incentra il suo insegnamento sulla "pedagogia del vedere": «Osservate come crescono i gigli del campo...» (Mt 6, 28). E anche dal vedere nasce la fede: «Visto ciò che era accaduto, il centurione glorificava Dio» (Lc 23, 47).

 

Scaturita dalle radici della Rivelazione, l'arte cristiana non è arte per l'arte; essa ha un ben preciso scopo religioso: rendere visibile l'Invisibile. E su questa via si afferma con gradualità. L’arte, dunque, va intesa come espressione della trasmissione del Credo cristiano nella memoria dei secoli (traditio ut visio).
 
«Gli artisti di ogni tempo hanno offerto alla contemplazione e allo stupore dei fedeli i fatti salienti del mistero della salvezza, presentandoli nello splendore del colore e nella perfezione della bellezza. È un indizio questo, di come oggi più che mai, nella civiltà dell’immagine, l’immagine sacra possa esprimere molto più della stessa parola, dal momento che è oltremodo efficace il suo dinamismo di comunicazione e di trasmissione del messaggio evangelico».
(Joseph RATZINGER, Introduzione al Catechismo della Chiesa cattolica. Compendio, Libreria Editrice Vaticana-Editrice S. Paolo 2005, n. 5

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